I Palazzi di Firenze una fusione perfetta tra arte e storia

E quando in Palazzo Vecchio, bello come un’agave di pietra, salii i gradini consunti, attraversai le antiche stanze, e uscì a ricevermi un operaio, capo della città, del vecchio fiume, delle case tagliate come in pietra di luna, io non me ne sorpresi: la maestà del popolo governava – Pablo Neruda

Sono diverse centinaia i palazzi di Firenze. Un patrimonio incredibile che ha messo le proprie radici e fondamenta nell’epoca Romana, ma che dal Rinascimento fino al 1800 ha visto un fiorire di architetture istituzionali e residenziali. I palazzi di Firenze sono luoghi dove l’arte e la storia sono diventate un tutt’uno, e dove la vita, la politica, gli intrighi, i complotti, gli amori e le discordie hanno intriso le pietre secolo dopo secolo. In tutto questo tempo Firenze è stata baciata dalla fortuna.

Nessuno ha osato fare scempio della città, saccheggiarla o distruggerla, violarne le bellezze artistiche e architettoniche. Neppure la violenza della Seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti, la ferocia delle armate di occupazione e la rabbia di quelle di disoccupazione hanno potuto infierire sui monumenti e i palazzi. Hitler risparmiò Ponte Vecchio, l’unico ponte rimasto agibile sull’Arno, perché ne era rimasto affascinato.

Solo la natura ha tentato l’impossibile: l’alluvione causata dall’esondazione dell’Arno del 1966 ha provocato ingenti danni di cui la città porta ancora i segni. Ma grazie all’opera dell’esercito, delle istituzioni ma soprattutto dei giovani volontari provenienti da tutto il mondo, chiamati gli Angeli del Fango, la città riuscì a emergere dalle acque e ritornare ad essere la meraviglia che è sempre stata.

Oggi Firenze è una delle città più visitate al mondo. E i suoi palazzi sono tra i protagonisti di questo ache ogni anno porta nel Capoluogo toscano milioni di turisti da ogni parte del Globo. E ogni palazzo ha la sua piccola curiosità da raccontare.

Il progetto infinito di Palazzo Medici Riccardi

Il palazzo della famiglia de’ Medici ha una storia travagliata. Quando Filippo Brunelleschi presentò il suo progetto a Cosimo de’ Medici questi lo considerò troppo lussuoso e rinunciò all’idea. Poi fu la volta del progetto di Michelozzo Michelozzi, allievo di Donatello, ma stavolta furono i fiorentini a dire ‘no’ a quello che all’epoca doveva sembrare uno scempio urbanistico in zona San Lorenzo. Alla fine i lavori iniziarono con le famose pareti a bugnato (con pietre sporgenti), finestre strette e piccole con le inferiate, pesanti porte d’ingresso, il tutto per mettere in soggezione chiunque passasse o dovesse entrare. Ma superato il pesante portone, il palazzo assume un aspetto molto più gentile, con un cortile che è un vero e proprio museo all’aperto con sarcofagi, iscrizioni e statue. Tra cui in bronzo il David di Donatello. Nel 1659 Gabbriello Riccardi, marchese di Chianti, diventa proprietario di Palazzo Medici e lo rivende (non di persona) nel 1814 ai Lorena, Granduchi di Toscana. Dopo numerose ristrutturazioni diventa sede di uffici amministrativi e sede del Ministero degli Interni quando Firenze è Capitale d’Italia tra il 1865 e il 1870. Dal 1874 palazzo Medici è sede della Provincia di Firenze e anche museo con opere come la Cappella dei Magi con gli affreschi di Benozzo Gozzoli.

Palazzo del Bargello, il muro degli impiccati

Palazzo del Bargello, chiamato anche palazzo del Capitano del Popolo, è in piazza San Firenze. E’ stata la prima sede delle istituzioni pubbliche e realizzato in varie fasi ad iniziare dal 1255: la torre Volognana, poi annessa, era preesistente al palazzo. Tra il XIII e il XIV secolo vennero realizzate altre sezioni dell’edificio e nel 1540 con la destinazione a palazzo di polizia (il Capitano di Giustizia o Bargello) divenne anche un carcere fino al XIX secolo. Dopo diverse ristrutturazioni viene destinato a sede del museo del Bargello con opere di Donatello, Michelangelo e del Verrocchio e di Della Robbia.
Al tempo de i Medici sulla facciata del Bargello erano dipinti i ritratti dei ricercati, spesso raffigurati già impiccati. I ritratti erano affidati a pregiati artisti proprio per essere il più fedeli possibili agli originali. Andrea del Castagno, stimatissimo pittore, avendo dipinto i volti di alcuni ricercati dalla polizia di Cosimo de Medici, si vide affibbiare il nomignolo di Andreino degli Impiccati.

Palazzo Arcivescovile e il matrimonio simbolico

Presente in quest’area fin dall’VIII secolo, il palazzo vescovile fu ampliato nel XII secolo. La residenza ecclesiastica era costituita inizialmente da due edifici collegati da un passaggio sospeso. La parte più antica venne distrutta da un incendio nel 1533 e a seguito delle ristrutturazioni volute da Alessandro di Ottaviano de’ Medici i due corpi vennero unificati. Nel tempo, con altri lavori di manutenzione, nel 1615 il palazzo assunse un aspetto definitivo per più di 200 anni fino a quando venne completamente ristrutturato fra il 1893 ed il 1895.

Al tempo della Repubblica Fiorentina, verso la fine del 1300, un particolare cerimoniale prevedeva che il nuovo Vescovo che si insediasse nella diocesi dovesse sposare simbolicamente la Badessa della Chiesa di San Pier Maggiore. Dopo lo scambio di anelli il vescovo e la badessa, insieme ad altri canonici, dormivano in un letto che il giorno successivo veniva solennemente regalato dalla badessa al nuovo vescovo.

A Palazzo Corsini tra scale monumentali e collezioni private

I Corsini diventano una ricchissima famiglia fiorentina intorno al 1500: Palazzo Corsini, detto anche il Parione, situato in Lungarno Corsini, è ancora oggi una dimora di famiglia. Il palazzo è il risultato dell’acquisizione e fusione di numerose dimore storiche costruite da diversi architetti, Alfonso Parigi il Giovane, Ferdinando Tacca, Pierfrancesco Silvani autore della bella scala elicoidale e Antonio Maria Ferri, che ha chiuso il progetto disegnando l’attuale struttura. Oltre allo scalone elicoidale del Silvani e a quello monumentale realizzato dal Ferri, gli interni di diverse camere di Palazzo Corsini e dei saloni sono ricchi di affreschi, decorazioni e arredi d’epoca. La Galleria Corsini interna al palazzo è la più importante raccolta privata d’arte di Firenze, con opere del ‘600-‘700 sia italiane che europee e opere rinascimentali. Palazzo Corsini è sede di importanti eventi e convegni: ospita tra gli altri la Biennale dell’Antiquariato. Palazzo Corsini è visitabile solo su appuntamento: tel. 055.212880, e-mail: info@palazzocorsini.it

Palazzo Vecchio e il dispaccio del Giacomini

E’ uno dei simboli di Firenze, si trova in piazza della Signoria ed è la sede dell’Amministrazione comunale della città. Costruito nel 1300 e chiamato all’epoca Palazzo dei Priori, nel XV secolo diventa Palazzo della Signoria, nel 1540 con Cosimo de’ Medici Palazzo Ducale, nel 1565 diventa Palazzo Vecchio quando Cosimo si sposta a Palazzo Pitti. All’interno si trova un museo con esposte opere del Bronzino, del Ghirlandaio, di Vasari, di Michelangelo e Donatello.

Il bellissimo Salone dei Cinquecento è opera di diversi artisti, Simone del Pollaiolo, il Vasari, Leonardo e Michelangelo. Sulle pareti del Salone sono raffigurate diverse battaglie. Nell’affresco sulla battaglia di Pisa è possibile osservare un particolare. Nel cappello a fascia del condottiero fiorentino Antonio Giacomini si nota un foglietto infilato tra le pieghe. Leggenda vuole che durante l’assedio di Pisa la Signoria inviò un dispaccio che il Giacomini pensò di leggere più tardi riponendolo nel risvolto. Dopo la conquista di Pisa si ricordò del dispaccio e lo lesse: l’ordine era di non spargere sangue, ma di prendere la città per fame. Siccome la città era invece stata conquistata con le armi attraverso una breccia nelle mura di Pisa, il Giacomini da una parte ebbe gloria per l’impresa, ma dall’altra fu sollevato da tutti gli incarichi per insubordinazione nei confronti della Signoria fiorentina. Il Vasari non mancò di descrivere questo particolare curioso.

Palazzo Strozzi, il più bello, il più grande, il più imponente

Palazzo Strozzi è uno dei più bei palazzi di Firenze. Si trova tra la piazza Strozzi e via de’ Tornabuoni. E’ un capolavoro rinascimentale voluto da Filippo Strozzi, importante mercante figlio di una famiglia di banchieri e finanzieri. Così importanti che pur essendo antagonisti de i de’ Medici questi non poterono mai davvero cancellarli come avrebbero voluto. L’ossessione degli Strozzi verso i rivali divenne plateale alla fine del 1460 quando Filippo volle erigere un palazzo più bello di quello de i de’ Medici. Più bello, più grande, più imponente. Deciso nell’impresa acquistò terreno intorno all’edificio preesistente, fece demolire altre costruzioni, chiamò astronomi per studiare il giorno più propizio per mettere la prima pietra e finalmente nel 1489 i lavori cominciarono. Filippo morì due anni dopo e solo nel 1507 il palazzo poté essere abitato e infine terminato nel 1538. A quel punto i Medici lo sequestrarono per ridarlo alla famiglia Strozzi solo trent’anni dopo. Nel 1907 Piero Strozzi morì senza lasciare eredi e nel 1937 il palazzo diventa di proprietà dell’Ina, Istituto Nazionale delle Assicurazioni. Nel 1999, oltre a essere sede del Gabinetto scientifico e letterario G.P. Vieusseux e dell’Istituto di Studi sul Rinascimento, diventa anche sede dell’Istituto di Studi Umanistici e della Fondazione Palazzo Strozzi.

Sull’angolo del muro che dà su via de’ Tornabuoni si trova una lanterna. E’ opera di Niccolò Grasso, bravissimo artigiano rinascimentale del ferro battuto. Il Grasso era soprannominato Caparra perché pretendeva sempre che gli venisse pagato metà del lavoro al momento della commissione, la famosa caparra. Si narra una disputa con i Capitani di parte Guelfa che avevano commissionato degli alari. Sapendo che i lavori erano finiti questi mandarono dei messi per prendere i lavorati, ma il Caparra disse che ‘no’, senza soldi non ce n’era. Quelli insistettero ma lui non cedette. Allora gli mandarono metà del denaro dicendo che avrebbero saldato in seguito. Così lui mandò loro metà del lavoro dicendo “Tieni, porta questo, che è il loro; e se gli piace, porta l’intero pagamento, che gli darò anche l’altro che per ora è mio“.

Il Palazzo dell’Arte della Lana e l’origine incerta di via Calimala

Tra via Calimala, via Orsanmichele e via dell’Arte della Lana si trova la torre dei Compiobbesi, già Palazzo dell’Arte della Lana, oggi sede della Società Dantesca. La famiglia dei Compiobbesi era una famiglia ghibellina che dopo la battaglia di Benevento del 1266 vinta dai Guelfi si vide confiscare molte proprietà. Dal 1308 il palazzo è stato sede dell’Arte della Lana, una delle Arti più ricche. Cosimo de’ Medici destinò il palazzo ad Archivio notarile. Dal 1905 proprietaria dell’edificio è la Società Dantesca Italiana: molto interessanti sono gli affreschi della sala delle udienze e in un vano in via Calimala 16-18 gli affreschi che presentano le fasi della lavorazione della lana.

La curiosità più interessante è proprio questa: da dove deriva la parola Calimala, nome di una delle vie più trafficate di Firenze? Nessuno lo sa, ci sono solo delle ipotesi. Ad esempio si dice che derivi da callis mala, a descrivere una strada malfamata, per via di un postribolo presente in antica epoca nella zona; oppure deriva dal greco kalòs mallòs, nel senso di bella lana; oppure ancora, sempre dal greco, kalàs mallòs, che significa abbassare i peli inteso come stendere la lana; ma non manca una possibile derivazione botanica, soda kali la pianta della soda utilizzata nella lavorazione della lana; ma c’è chi dice che derivi da callis maia, strada maggiore, perché un tempo da qui passava il cardo maximus dei Romani. Tutte buone ipotesi che trovano ciascuna molti adepti.